LA PITTURA DIGITALE

​Il termine digitale si rifà all’inglese “digit” (cifra) e deriva dal latino digĭtus cioè «dito» (questo perché si computava adoperando le dita come cifre). Il compito dell’aggettivo digitale è quello di etichettare quelle creazioni realizzate con strumenti diversi da terre, colle e olii su supporti che fanno da tramite e che mediano artista e supporto finale. I puristi snobbano questo processo, decretando la virtualità come qualcosa di incompatibile con la produzione artistica forse a causa dell’intangibilità di questo processo, della dimensione aleatoria (anche se non lo è, a meno che non lo si voglia) e immateriale del prodotto, che ha bisogno per essere fruito e percepito, o di una macchina che ne traduca il codice in un formato a noi comprensibile (un monitor o una stampante che lo fissi su un supporto fisico).

Il discorso è molto complesso e annoso perché in realtà inizia a configurarsi già nel 1935, riferendosi al cinema e alla fotografia, prima cioè dell’avvento dei personal computer, dei desktop e dei tablet. Importante il contributo al dibattito del precursore dei tempi Walter Benjamin (1892-1940) ne “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” in cui si pone il problema della riproducibilità dell’opera d’arte, piuttosto della “producibilità”: la tecnica con cui si realizzano determinate opere non viene messa in discussione quanto il fatto che queste, per loro natura, siano duplicabili e in alcuni casi esistano proprio grazie a questa caratteristica (si pensi alla fotografia che adopera uno strumento per fissare lo scatto, e che necessita di altri strumenti per “mostrarlo”). In realtà Benjamin chiama in causa il conio/fusione degli antichi greci, la “stampa” per la letteratura, la litografia del diciannovesimo secolo o ancora prima l’acqua forte/puntasecca medioevali: in linea di principio in nessuno di questi esempi vi è difformità rispetto alla digital painting se non nel fatto che non si usa un computer per generare la “matrice”.

Citando Massimo Cacciari nel saggio Il produttore malinconico: «Non è la tecnica che produce la rivoluzione, ma la rivoluzione tecnica matura (solo) perché lo spirituale nell’arte finisce per esigerla». Il movente è simile a quello che ha spinto degli esseri umani ad imprimere della idee sulle pareti di una grotta, e queste idee hanno preso la forma di bisonti, di cavalli, di cervi e perché specchio del loro quotidiano di cacciatori. Basta cambiare lo strumento, il contesto, gli abiti e il linguaggio, ed ecco che la digital painting diventa un prodotto legato alla storia di un essere capace di costruire strumenti e dotato di tatto, sentimenti e voce narrante.

​

​

La pittura digitale adopera software – ne esistono moltissimi, anche open source – che ricreano un “ambiente” analogo a quello tradizionale con la presenza di vari “strumenti” che simulano le tecniche (olio, acquerello, grafite, aerografo, ecc.) che vengono adoperati su una “tela” virtuale. È possibile decidere i colori, lo spessore del pennello, la trasparenza. Si possono manipolare foto e immagini digitali o dipingere sulla tela bianca, tutto dipende dalle scelte progettuali/creative del digital painter – che è un creativo – e combinando delle scelte specifiche, genera volontariamente qualcosa di originale: qualcosa che non c’era prima. A differenza dei metodi tradizionali, dipingere con il software permette di operare su livelli separati (le modifiche sono quindi facilitate) e la reversibilità delle azioni consente un metafisico viaggio nel tempo. L’opera nativa è dematerializzata, e può essere trasferita su un supporto fisico (molti supporti in realtà, sia in termini qualitativi che quantitativi) se questo rientra nelle scelte del creativo, che può decidere in alternativa, di renderla riproducibile solo attraverso schermi o proiezioni (virtual art). Molti painter sono graphic designer perché l’ambiente digitale è un naturale luogo operativo della grafica pubblicitaria e dell’illustrazione già da molti anni. Certo manca l’aspetto materico della pittura ma viene amplificato quello ideativo; in questo processo creativo manca l’odore dei colori e il fattore tempo viene stravolto visto che non è necessario attendere che i colori si asciughino, tra una stesura cromatica e l’altra. È una dimensione nuova della pittura che, in qualità di “portavoce” dei tempi, riesce a trovare infiniti campi d’azione non certamente sostitutivi, mostrandoli anche dentro i più freddi e dicotomici calcoli matematici in bit (1).

1 In informatica costituisce l’unità di misura elementare dell’informazione, rappresentata alternativamente con le cifre 0 e 1 corrispondenti a una scelta tra due alternative egualmente possibili.


Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *